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La recensione di Boyhood

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La summa di tutto il cinema di Richard Linklater, un film talmente universale che riguarda tutti...

Torna nelle sale, forte dei Golden Globe ottenuti e delle nomination ai prossimi Oscar che sono seguite, l’ultimo film di Richard Linklater, Boyhood. In molti stanno conoscendo questo cineasta con questa sua ultima fatica, soprattutto per la storia particolare della sua realizzazione (dodici anni di riprese un paio di settimane l’anno, per seguire la crescita reale di un bambino che ormai è un giovane uomo). Anche per via del semplice quanto inconfutabile fatto che le migliori recensioni dell’ultima annata le ha avute, in tutto il mondo, questo film. Ma chi conosce Linklater da tempo sa che non è un caso né che è la prima volta che questo accade. Negli ultimi anni tutte le sue pellicole, da Me and Orson Welles a Bernie fino a Before Midnight e ora Boyhood hanno ricevuto le migliori recensioni dell’anno in cui sono uscite. In assoluto. Non è certo un caso.

Non lo è perché Linklater, autore e regista autodidatta, innamoratosi del cinema e della possibilità di raccontare storie attraverso questo mezzo più o meno negli anni dell’università, da sempre persegue un’idea di cinema personale e originale, volta a esplorare l’animo degli esseri umani e a catturare una qualche porzione di tempo delle loro vite, spesso immortalate nel momento di un cambiamento o di un avvenimento in qualche modo cruciale. Linklater è il poeta del quotidiano.

Quello che accade tutti i giorni davanti i nostri occhi, quello di cui siamo testimoni o protagonisti e che spesso diamo per scontato e che quando è rappresentato da mani molto meno abili delle sue appare proprio così, scontato e banale, filtrato dalla sua sensibilità e dalla sua macchina da presa, si fa epico, lirico, universale. Boyhood in questo e in molti altri sensi è il coronamento di una carriera ormai trentennale, la summa di tutta la sua poetica, di tutti i suoi discorsi e di tutto il suo cinema. Sinceramente non lo ritengo il suo miglior film, ma ha una serie di valenze che vanno oltre la semplice etichetta e ben oltre i parametri di giudizio di un semplice film. Per questo non penso meriti l’Oscar come miglior film, ma faccio un tifo da stadio perché Linklater riceva quella per il miglior regista, a coronamento e a riconoscimento di un percorso artistico compiuto e coerente come il suo che non ha eguale nel cinema contemporaneo, non solo americano.

Con Boyhood Linklater, cantore della vita per come accade, è andato oltre il cinema, ha squarciato il velo della finzione (pur calcolatissima, scritta al millimetro e messa in scena con dovizia, come già per la trilogia su Jesse e Celine c’è molto poco spazio per l’improvvisazione) e ha lasciato che la vita vera facesse irruzione. Così lo spettatore si trova davanti un film senza una vera trama, sono solo frammenti di vita di un bambino qualunque fino all’adolescenza e all’ingresso nell’età adulta quando lascia casa della madre per andare all’università. Tanto che ci si potrebbe chiedere ma perché scegliere episodi così semplici, perché non raccontare altro. E perché no? A che sarebbe servito sovraccaricare di una struttura drammatica finta e insistita quella che è la vita stessa?

Quello che ci viene mostrato nel film è talmente universale che riguarda in qualche misura tutti. Allo stesso modo realtà e finzione arrivano a toccarsi, confondendosi. Cresce Mason nel film e cresce Ellar l’“attore” che lo impersona, così come invecchiano i “genitori” Ethan Hawke e Patricia Arquette. E lo fanno davanti ai nostri occhi, nelle quasi tre ore di film (e immaginiamo che il montaggio sia stata la parte più difficile di tutte forse… un film concepito così avrebbe potuto durarne sei, o virtualmente all’infinito). Inoltre Linklater ha fatto un regalo magnifico ai ventenni di oggi. Pur rimanendo un racconto universale, lui questo ha messo in scena, la vita di un ragazzo che oggi ha venti, ventidue anni. Quella generazione lì vedrà sempre questo film con un tuffo al cuore perché rappresenta qualcosa di personale e speciale per loro. E non potrà non venirgli un sorriso nel vedere i vari manufatti tecnologici passare per mano di Mason anno dopo anno, non potrà non commuoversi in almeno un paio di punti.

Poi il film può piacere o meno, non si discute, e a molti sembrerà solo una rottura, un qualcosa di lungo, noioso e inutilmente verboso (come già è accaduto in passato con altri suoi film) ma non si può negare che sia un qualcosa di davvero unico (hai voglia a tirare in ballo Truffaut come fa ancora qualcuno in qualche recensione al film… I 400 colpi era ben altro, i restanti film su Leaud altro ancora…) qualcuno ci si è avvicinato negli anni, ma in modalità diverse (col documentario ad esempio) e altri risultati.

Qui è proprio la fusione tra cosa racconta e come (che poi è la medesima cosa), tra la vita rappresentata e quella vera. È il mezzo cinematografico capace di catturare il tempo che passa nella sua essenza più pura. E’ un miracolo di equilibrio e misura. È un film di Richard Linklater molto semplicemente. E si merita tutte le lodi e i premi che ha ricevuto per i motivi detti e per mille altri ancora.

TRAILER DI BOYHOOD

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